Ex constitutione salus. Il peso della costituzione nella lotta al cambiamento climatico

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Il cambiamento climatico in corso, che è tratto fisionomico della contemporaneità, impone al giurista domestico di interrogarsi sul ruolo della Costituzione italiana nella lotta ai cambiamenti climatici antropogenici, muovendo da una certezza scientifica ormai acquisita: «le attività antropiche sono alla base delle alterazioni climatiche»1. A questa si aggiunge un’altra certezza: l’interconnessione e l’interdipendenza degli esseri umani, presenti e futuri, con gli esseri non umani e con gli ecosistemi, dei quali siamo parte integrante2. Una visione, dunque, olistica e sistemica, che trova importanti riscontri nell’approccio metodologico e normativo One Health-Planetary Health3 e nella recente revisione ecologica della Costituzione italiana, che ha introdotto espressamente, tra i principi fondamentali, la tutela integrata di ambiente, biodiversità ed ecosistemi, «anche nell’interesse delle future generazioni» (art. 9, comma 3, Cost.)4.
Questo intreccio indissolubile tra uomo e natura ha, altresì, reso palese come la salubrità del sistema naturale e la stabilità climatica siano precondizioni per l’esercizio dei diritti umani, primo tra tutti il diritto alla (tutela della) vita5. Certo, la nostra Costituzione non menziona esplicitamente la tutela del clima, ma il nuovo art. 9 è in grado di assicurarne la copertura, nella misura in cui presuppone che la difesa di ambiente, biodiversità ed ecosistemi si realizzi proprio attraverso la stabilizzazione del clima6. La Carta costituzionale supera, così, il tradizionale lessico euro-occidentale, che ha sedimentato, anche attraverso le discipline accademiche, il dualismo tra uomo e natura, soggetto e oggetto, scienze culturali e scienze naturali, chiudendosi ostinatamente ad ogni prospettiva non antropocentrica7
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